venerdì 5 giugno 2009

Basta poco, che ce vò? ...

... a rovinare un'intera giornata.

Tirocinio di emergenza. Finalmente, dopo esser passato a volontario effettivo nei servizi ordinari e ad aver superato l'esame finale del corso avanzato, ho iniziato il tirocinio di emergenza per il servizio al 118.

Pochi interventi e, per fortuna, di poco rilievo. Solo martedi sera, poco prima della fine del mio turno, è arrivata una chiamata con codice giallo.
La squadra è pronta ed è costituita dalla formatrice che ha tenuto il corso e da uno dei miei tutor.
Nel mese di giugno, non essendoci l'assistenza del medico a bordo, si ha il supporto dell'auto medica.

Siamo arrivati a casa dell'assistita. Io ho caricato sulle spalle lo zaino con tutto l'occorrente e la bombola d'ossigeno, pronto a salire al piano superiore della casa.
In attesa del medico, avevamo posizionato i tre elettrodi e stampato i tracciati. Su questa sequenza, mi sentivo alquanto sicuro perchè le volte precedenti, chi era con me mi aveva lasciato fare, seguendomi da vicino.
Dopo poco, è arrivato il medico.
Una sommaria visita, poi ha deciso di infondere una flebo e mi ha chiesto di preparargliela, essendo un tirocinante ed essendo la situazione poco critica.

Lo era, un pò, per me.

Intanto, mettere mano allo zaino è stato difficile; non impossibile, ma difficile. Avevo in mente dove poter trovare le cose necessarie, tipo l'agocannula, il rubinetto, la fisiologica e il deflussore. Ma c'erano due tipi di deflussori: quale prendere? Ho scelto io, in base a quanto avevo visto al corso.

Sapevo anche come si inseriva il deflussore nella fisiologica: in effetti, era una semplicissima operazione ma essendo la prima volta che la facevo, pensavo che sarebbe stato più opportuno che uno dei senior mi seguisse. Ma ... non trovando nessuno di loro a seguirmi ... ho lasciato tutto sul letto ed ho aspettato che l'infermiera del 118 si adoperasse a prepararla.

Tutto poteva sembrare un'azione lenta, ma in verità mi sono sentito investire dalle richieste. Non era solo la fisiologica l'unica richiesta: bisognava passare un ago all'infermiera perchè trovasse la vena, quindi vai a trovare il colore giusto dell'ago; poi, un laccio emostatico per l'infermiera; poi, avendo l'infermiera difficoltà a trovare la vena, le stesse richieste di ago e laccio venivano dal medico.

E me la sono cavata da solo.

Già solo per questo, mi ero sentito soddisfatto perchè con difficoltà ero riuscito a trovare tutto e a passarle avanti. Senza essere seguito da nessuno dei due senior.

Alla fine, la paziente è stata trasportata in ospedale per ulteriori accertamenti.

Nel tragitto, il medico chiacchierava del più e del meno con i due; io, a farmi i fatti miei, anche perchè non sapevo che dire.

Ad un certo punto, il medico si è girata e mi ha detto: " Sai, sull'ambulanza si passa il tempo parlando del più e del meno, non preoccuparti ". "Si, si, non c'è problema!", io in risposta.

Passiamo al dopo.

Abbiamo lasciato la paziente in ospedale e siamo rientrati in sede. Abbiamo quindi cenato. Poi, siamo partiti tutti assieme per far gasolio. Poco prima di arrivare al distributore, la formatrice, rivolgendosi a me, mi ha detto qualcosa come "sei stato fortunato ad aver trovato la dottoressa in forma come era questa sera, ti ha perfino fatto preparare la fisiologica; se te la giochi così con lei, entrerai nelle sue grazie!".
Io: "io non ho preparato la fisiologica, ho solo preso il necessario e li ho adagiati sul letto; è stata l'infermiera a prepararla. Non voglio ammazzare di embolia la prima persona a cui devo preparare la fisiologica".
Tutti si sono voltati verso di me. Non credevano a quanto avevo detto. Mi chiedevano il perchè di questo gesto. Non riuscivano a capacitarsi di questo mio comportamento. Erano convinti che l'avessi preparata io quella fisiologica, non avendomi visto e seguito.

Anzi, mi avevano lasciato completamente solo nel gestire tutte quelle richieste.

Che c'era poi di sbagliato, non lo so. Mi sono proposto (prima di fare troppo il saputello come mi viene sempre mosso contro) di osservare ed imparare bene il da farsi sul campo. Così mi sono comportato in quell'occasione, perchè non mi sentivo del tutto sicuro nel compiere quel gesto semplicissimo di collegare la sacca della fisiologica al deflussore.
" Ma come? non hai mai preparato la fisiologica? non l'hai mai fatto al corso? perchè non ci hai chiesto aiuto? noi eravamo li apposta per darti una mano"

Perchè non mi avete chiesto se avevo bisogno di aiuto, sapendo che sono un tirocinante? Mi sembrava che foste troppo impeganti per seguirmi.

E' bastato questo per rovinarmi la serata, per farmi sentire un deficiente; giudicato da persone che hanno almeno 10 anni di esperienza, contro 4 giorni dall'inizio del mio praticantato.
Passi che mi sono sentito solo; mi ha tanto ferito il sentirmi giudicato negativamente.

E così, pure quella piccola soddisfazione di aver avuto intuito nel trovare il necessario dentro allo zaino, non è stato sufficiente a risollevarmi il morale. La serata, ed anche i giorni a seguire, ormai erano guastati.

Nome e cognome


E' bastato digitare il suo nome e cognome per trovare su internet le foto di quando era ragazza. Foto che ha sempre negato di farmi vedere, perchè non si piaceva.
Ricordo come se fosse ieri quando parlava in auto, assieme a me e ad altri quattro "colleghi", della sua fine carriera da pallavolista proprio nella città in cui stavamo andando a cenare.
Aveva raccontato che esistevano le fotografie della squadra in cui aveva giocato, foto che facevano "scandalo".
Un anno fa, cercando di trovare sue notizie sull'attività che svolgeva al lavoro, avevo anche tentato di ricercare sul sito della società sportiva quelle foto, ma senza successo.
Oggi, per purissima coincidenza (e solo perchè ieri ricorreva un importante nostro "anniversario") ho digitato nuovamente il suo nome e cognome e, tra le pagine di Google, è sbucato fuori un collegamento alla società di pallavolo.
Appena caricata la pagina, ho visto la foto e non ho fatto fatica ad individuarla istantaneamente.
Sul sito, ho scovato due sue fotografie. Nella prima, sembrava ancora una ragazzina. Nella seconda, nel giro di un solo anno, il suo viso ha subito una metamorfosi incredibile: più matura, più adulta, più simile a come la ricordo io.
Non so se lei è a conoscenza della pubblicazione. Avevo pensato, così su due piedi e senza rifletterci sopra, che sarebbe stato bello fargliele avere.
Poi, mi sono fermato a pensarci bene. Sono arrivato alla conclusione che tra di noi non c'è più nulla, nessun contatto, nonostante il mio desiderio da una parte e la certezza di continuare a starci male dall'altra. E che quindi, in fondo, non era necessario che lei lo venisse a sapere.
Mi basta sapere che, ancora una volta, forse sbagliando, ho pensato a lei; esattamente come facevo due anni fa.
"Desideravo diventare una campionessa di pallavolo" mi disse, esattamente quella sera di due anni fa di cui ieri era il secondo "anniversario".
Tanti auguri.

lunedì 25 maggio 2009

Senza titolo

Non ho un titolo per questo messaggio, non voglio neanche pensarci. Voglio solo scrivere questa sera, senza riflettere più di tanto sulla correttezza del testo. Butterò solo pensieri senza senso e connessione.

Mi rendo conto che è oltre un mese che non aggiorno la pagina con un mio intervento.
Mi sono dedicato tantissimo nel tirocinio alla Pubblica Assistenza, riuscendo a diventare effettivo per quanto riguarda il trasporto ordinario ed avendo superato l'esame finale del corso da soccorritore d'emergenza, dovendo quindi cominciare con un nuovo praticantato.
Ho iniziato anche a frequentare un corso di elettrotecnica ed elettronica per ottenere la patente di radioamatore, una passione che avevo una decina di anni fà, che per tanto tempo ho sommerso per l'impossibilità economica e logistica di comprare una stazione completa e funzionale, e che adesso con un lavoro tra le mani potrei rinvigorire.

Nello scorso fine settimana sono ritornato a Ferrara, la mia amata città. Erano 5 mesi che non trascorrevo un fine settimana emiliano, l'ultima volta ho solo pernottato un giorno, giusto per trovarmi in università il mattino seguente per ritirare il diploma di dottorato.

E' stato un fine settimana alquanto triste, nel complesso.
Appena arrivato, ho sentito dentro di me contentezza. Più vivevo la città, più la contentezza si trasformava in tristezza.
E' un periodo, questo di maggio, molto particolare per il mio cuore, che ancora risulta essere vittima degli avvenimenti di due anni fa. Ci si mette anche la testa col rispolverare tutto ciò che avevo vissuto nei luoghi in cui siamo stati assieme, trascinandomi fisicamente in quei luoghi.

Ne ho approfittato per pensare un pò a me stesso, per ascoltare le mie sensazioni. Mi sono reso conto, infatti, che tutto il trambusto di impegni che mi sono creato nell'ultimo mese l'ho fatto si con piacere e senza alcun peso (sarà proprio vero, poi?), ma era solo per non badare a me stesso, a non sentire ciò che le mie emozioni volevano riportare alla mente.
Ho pensato se il volontariato è solo un modo per distruggere i miei sentimenti, diventare più duro di cuore, "insensibile" al dolore (perchè dolore e sofferenza sono all'ordine del giorno, sebbene i pazienti cerchino di nascondere e di prenderla col verso giusto, non pensarci insomma, come diceva Davide: hanno solo voglia di distrarsi per un pò e non pensare ai propri problemi) o proprio il contrario, evitare di sclerotizzare l'animo.

E' stato proprio il badare a me stesso che mi ha messo tristezza. Stranissima come affermazione. Forse voglio arrivare a dire anch'io che necessito di distrarmi, ma so benissimo quale è la mia realtà fatta di difficoltà che non riesco a superare. Probabilmente è questo il motivo che mi spinge sempre a pensare alle solite cose, a rivangare, a sentire un fortissimo rancore nei suoi confronti. Per smettere di farmi ossessionare dal passato, penso sempre a qualcosa di estremamente sbagliato, offensivo e insensibile che lei diceva nei miei confronti. Solo così riesco a trovare la forza per sopravvivere.

Mamma mia che confusione che ho per la testa.

giovedì 16 aprile 2009

Il bello addormentato

Giorni fa, ero al lavoro ed, improvvisamente, mi è ritornato alla mente qualcosa successo più di venti anni fa.
Un fatto che avevo totalmente rimosso dalla mia memoria per moltissimo tempo; ricordo che quando ero più piccolo, a volte ci ripensavo.
E’ qualcosa che è successo all’epoca delle elementari.
Un giorno invitai un mio compagno di classe a trascorrere il pomeriggio a casa mia, per stare un pò assieme. Per giocare. Ad un tratto, pronunciò parole dette dal nostro maestro che si rivolgeva a me: ero addormentato.
Si riferiva mentalmente.
Questo mio amico ebbe la grande idea di gridarlo davanti ai miei genitori ed a sua madre, suscitando la reazione incuriosita e perplessa di mia madre. Proprio mentre sto scrivendo, ho avuto un altro “flash-back”. Non appena gli ospiti uscirono di casa, mia madre si rivolse a me chiedendomi spiegazioni. Le risposi che era dovuto a stanchezza e che a volte mi sentivo molto assonnato a lezione.
Ricordo che mentre il mio compagno di classe pronunciava quelle parole, io sprofondavo sulla sedia, muovendo frettolosamente sul tavolo una macchina costruita con i lego e accumulando tanta rabbia dentro, reagendo come al mio solito in queste occasioni: ignorandolo.
E’ davvero tanto strano come sia ritornato in mente questo ricordo, che avevo totalmente rimosso dalla memoria.
A ripensarci adesso, il mio maestro aveva a volte ragione.
E’ vero che mi sento mentalmente addormentato, come se non avessi la prontezza di elaborare un pensiero o di capire cosa mi viene detto, oppure di non prestare la giusta attenzione alle cose che faccio. Proprio come quando si dice ad una persona di svegliarsi perchè non arriva a comprendere anche delle banalità.
Se ripenso agli anni delle elementari, le cose che ora mi sembrano semplici, all’epoca mi erano davvero pesantissime e difficilissime. Non sapevo riassumere, non ricordavo, non riuscivo ad assimilare i concetti teorici di storia e geografia. Facevo una fatica da matti ed avevo sempre la necessità di farmi spiegare le cose da mia madre, come con una seconda lezione. Al mattino presto, quando mio padre si alzava dal letto alle 7 per andare al lavoro, io mi intrufolavo nel lettone e chiedevo a mia madre di ripetere nuovamente tutto ciò che avevamo fatto la sera precedente perchè non lo ricordavo. E se capitava di essere interrogato a scuola, inventavo la scusa di sentirmi malissimo di pancia e mi facevo venire a prendere. E’ successo una volta, anche questo è un ricordo che avevo totalmente rimosso! Interrogazione di geografia in terza elementare, un’interrogazione a sorpresa. Ho avuto un’infinità di paura e ho cominciato a piangere, fingendo di star male! Ho cominciato a piangere come infinite altre volte in cui è successo alle scuole elementari e medie, tanto da farmi dare l’appellativo di “cocco piagnone” da coloro che pensavo fossero miei buoni amici, avendo trascorso con loro ben 20 anni delle nostre vite.

Fino a sentirmi dire da lei che un uomo non deve piangere, mi verrebbe da aggiungere.

Penso che questi fatti abbiano un’estrema importanza nel tentativo di capire da dove hanno origine le mie paure, incertezze e incapacità.
So già che arriverò a dire che sarà colpa della mia famiglia, dei miei genitori e delle mie sorelle in particolare.
Ancora adesso, a quasi 30 anni, mi sento a volte addormentato come allora. Ancora oggi, quelle tensioni che provocavano quelle reazioni, hanno un effetto deleterio su di me.
Non è più possibile ed accettabile.

martedì 24 marzo 2009

Basic life-support

Un mio carissimo amico direbbe che un titolo inglese ci sta sempre bene, perchè altrimenti non fai tendenza e non sei parte del mondo.

Per fortuna, o forse grazie all' insistenza del mio vecchio capo universitario che propendeva a non usare parole di origine inglese in frasi italiane, non ne sono avvezzo.

Oggi, invece, lo faccio perchè questo titolo è la traduzione della sigla BLS, il corso da volontario del soccorso che sto frequentando da inizio marzo.

Mi sento come ritornato ad un anno fa: non era più il lavoro, non erano più le attività ad esse collegate che mi attraevano, ma ciò che più mi interessava e mi piaceva fare. Un anno fa vivevo solo per la salsa cubana. Credo che sarei riuscito a fare maratone ed overdosi di ballo senza sentire la necessità di fermarmi o, peggio ancora, stufarmi.
Purtroppo, causa il trasferimento in altra città, ho perso l'occasione di continuare a ballare; sembrerà strano, ma le figure ed i loro nomi che insegnano in una città sono diverse dalle altre e questo provoca un "problema di comunicazione ed apprendimento". Se in più si aggiunge che alcune scuole richiedono la partecipazione dell'intera coppia alle lezioni, e non del singolo, la voglia di ballare passa velocemente! Ma queste sono altre questioni.

Dicevo, in questi giorni vivo solo per ciò che non riguarda il lavoro, cosa che sto cominciando a sentire pesantissimo. Sono veramente svogliatissimo e questo mi preoccupa tanto. In questo periodo, non aspetto altro che arrivi il lunedì o il mercoledì per andare al corso di primo soccorso, imparare come assistere un malato o un paziente, osservare ed eseguire manovre di vitale importanza per garantire le possibilità di sopravvivenza dell'assistito.

Infatti, ci hanno spiegato che non è nostro compito salvare le vite umane: a questo ci pensano i medici; non siamo noi a doverci buttare tra le fiamme di un incendio: a questo ci pensano i pompieri; non siamo noi a fermare un assassino: ci penserà la polizia. Il nostro compito è solo assistere chi è in stato di necessità vitale e tentare di mantenere le funzioni vitali in attività.

Remiamo contro una cabala, una lotteria, una statistica. Solo questo!

E' bene che ci abbiano spiegato che bisogna avere sangue freddo e che non dobbiamo sentirci troppo coinvolti emozionalmente, ma soprattutto che abbiamo sempre a che fare con PERSONE che vanno trattate con il massimo del rispetto e dell'accoglienza solidale.

Conoscere le nozioni di base del primo soccorso mi ha sempre attratto, per cultura generale; principalmente, prendo quest' occasione come una sfida contro me stesso, per sondare i miei limiti e le mie paure ma anche per scoprire quanto coraggio e forza d'animo posso avere dentro di me. Non che non lo sappia già, ma riossigenarlo è sempre meglio che anestetizzarlo.

Temo solo di diventare un pò troppo insensibile e cinico; non vorrei che l'esperienza che mi accingo a vivere mi deturpi caratterialmente più di quanto non l' abbia già fatto negli ultimi due anni.
Però, ho bisogno di levare quella "fetta di prosciutto" che ti mettono sugli occhi quando sei giovane, facendoti credere che tutto è bello e felice e che le speranze ed i desideri possono realizzarsi.
Sono tutte balle!

venerdì 13 marzo 2009

La cura

Ciò che sto per scrivere è basato su una lezione (quindi, da un approccio molto razionale) frequentata mercoledì al corso per i volontari soccorritori.
Alcuni concetti e modi di approcciare la persona da soccorrere, che sono stati detti quella sera, si sovrapponevano alle mie osservazioni e riflessioni degli ultimi due anni.
Non nego di esser uscito, alla fine della lezione, un pò toccato.

Queste parole erano RELAZIONE, PERCEZIONE, SPERANZA, AFFIDARSI, PRENDERSI CURA, CONTENIMENTO EMOTIVO, CAPIRE.

Tutte parole che hanno avuto a che fare con la mia distruzione interiore degli ultimi due anni.

RELAZIONE: mi aveva detto che questa parola, scritta in una lettera che lei considerava bellissima, era stata usata in maniera impropria e sbagliata perchè la nostra non poteva (o doveva?) definirsi una relazione.

PERCEZIONE: uno dei verbi maggiormente usati da me per descrivere la sua presenza continua nella mia mente, solo che le percezioni di lei si concretizzavano veramente, essendo accadute diverse volte.

SPERANZA: ciò in cui credevo molto; qualcosa a cui lei non dava credito a parole, ma che alimentava pesantemente con i fatti, con i gesti, con le azioni (fisiche).

AFFIDARSI: si rivolgeva a me ogni qual volta si trovava in profonda difficoltà, come è stato il giorno in cui c'è stata la svolta nella nostra amicizia, quel giorno in cui io la vidi fortemente scossa nel corridoio del piano dove lavoravamo; oppure, di ritorno dal lago di Garda, fermandomi a Verona per far visita alle mie sorelle, lei mi cercava disperatamente scrivendo "Dove sei ho una crisona" perchè aveva visto una coppia di amici, sposati, con il loro piccolo; infine, nel giorno del mio compleanno, quando una settimana prima mi aveva detto che la nostra "cosa" doveva finire e invece si ripresentava li da me per raccontarmi che il suo ex, uscito con lei ed il loro piccolo, ad un bar attaccava bottone con la cameriera.

PRENDERSI CURA: lavata, coccolata, protetta e guardata durante il suo sonno.

CONTENIMENTO EMOTIVO: un uomo non deve piangere, soleva dirmi perchè diverse volte mi aveva visto piangere in sua presenza: succede perchè sono molto empatico e mi immedesimo nelle difficoltà altrui e quando vengono manifestati i sentimenti umani.

CAPIRE: un intercalare da me pronunciato eccessivamente durante il nostro primo incontro, troppo preso dall'emozione e dalla foga di distruggere quel muro che circonda la mia interiorità. Prontamente, mi fece notare che dire "capisci?" ad una persona pesasse molto e sembrasse quasi di trattarla come una deficiente.


Un soccorritore deve saper controllare le sue emozioni, non esprimerle, contenersi.
Come ha fatto notare l'insegnante (una psicologa di professione) bisogna immedesimarsi per prendersi cura del paziente, ma farlo con un piede dentro ed uno fuori.
Ritorna così un' altra mia osservazione, che aveva suscitato la curiosità di "qualcuno" che non vedo da molto tempo: il distacco emotivo nelle relazioni di coppia.
La psicologa, infatti, aggiungendo: "come in qualsiasi relazione nella vita di tutti i giorni".

Allora, ci avevo azzeccato.

Mi disturba pensare che bisogna nascondere le proprie emozioni nei rapporti sentimentali, altrimenti che c'entra l'aggettivo "sentimentali"?
Comprendo, in una situazione difficile come in un soccorso, che farsi prendere dalle emozioni comporti un peggioramento della qualità d'intervento ... ma nella vita di tutti i giorni no, perchè per come sono fatto io, vivo e sento moltissimo le mie emozioni, sono il mio modo principale e naturale di comunicare non-verbalmente.

lunedì 2 marzo 2009

Incapacità


Poco più di una settimana fà, ho scattato questa fotografia nei giardini de Tuileries, a Parigi.
L'ho fatto perchè mi suscitava tanta tenerezza, attaccamento l'uno verso l'altra, protezione, anche bisogno.
Dopo averla scattata, ho pensato che avrei voluto essere io l'uomo seduto su quella panca.
Fare di necessità virtù, mi verrebbe da dire. Difficile da applicare questo proverbio, su di me.
La paura e la timidezza mi bloccano, mi inibiscono.
Sono settimane che osservo una donna, al lavoro. Non lavoriamo nello stesso ambito, ma casualmente ci ritroviamo spesso a pranzare su per giù alla stessa ora.
E quando questo succede, mi viene difficile distogliere lo sguardo da lei: dai che gli dai, i miei occhi non fanno altro che cercarla. E capita che i nostri sguardi si incrocino e che non riesco a mantenere fisso lo sguardo, come dire "mi ha scoperto, ora faccio finta che non la stessi guardando" e mi volto da altre parti. Davvero ... come da infantile!
Lei sa, a volte fa finta di osservare altro ma con la coda dell'occhio "mi scruta" ... presente anche quando perde lo sguardo nel vuoto ... ma in realtà vede benissimo.
Non ce la faccio ad andare da lei e parlarle. Non è neanche possibile pranzare uno vicino all'altra perchè siamo "ghettizzati", non c'è intreazione tra persone appartenenti a varie sezioni aziendali.
Spero sempre che capiti l'occasione fortuita di incontrarci chissà dove per l'edificio, da soli, e così dare avvio ad una conversazione (sicuramente banale, perchè mi farò prendere dall'ansia). E' successo giusto una volta che ci siamo salutati ma non potevamo parlare.
C'è stata l' occasione, una volta, di poterla conoscere ad una festa. Eravamo distanti neanche mezzo metro l'uno dall'altra e anche piuttosto soli ... eppure non ho trovato la forza per sbloccarmi. So rendermi conto di queste opportunità, eppure mi faccio prendere da strani sensi di inadeguatezza e lascio perdere tutto.
E' qualcosa più forte di me, invincibile quasi.
E' la mia peculiarità, è qualcosa che mi porto dietro da sempre e non so individuare la causa precisa. Questa "inerzia invisibile" posso ricondurla ad episodi di insicurezza che ho vissuto nel mio passato remoto e recente, ma non ad un fatto ben preciso che ne è la causa primaria. Forse, sarà una sommatoria di piccoli, innumerevoli vissuti. E' successo anche all'inizio della mia unica relazione finora avuta: la paura di dare inizio, di propormi.
A volte soffro davvero tanto nell'immaginarmi su quella panca con una donna da amare.
Il desiderio è talmente forte che devo umiliarmi per non persarci più.
Niente di più sbagliato! ed il brutto è che ne sono pienamente consapevole!
L'ultima volta è successo ieri sera, ho trovato una foto particolare, una foto in cui avrei voluto essere io il soggetto, assieme alla donna verso cui provo molto.
Una situazione che mi ha spedito indietro di due anni ... nel salotto della casa dove abitavo ...
Ho detto tra me e me: "Dio quanto mi manca vivere questo momento! Quanto lo desidero!".
Un desiderio fortissimo ... che evidentemente fortissimo non è, se qualcosa di più potente riesce a soffocarlo.
Questo non fa altro che aumentare il mio senso di insoddisfazione, alimentato dai sogni che mi creo attorno a cosa vorrei vivere con lei ... invece di viverli realmente.
Perchè?

venerdì 13 febbraio 2009

<< Grazie "Secco"...

...è bello sapere che sei sempre presente! >>

Ed ancora, il giorno delle nozze di questo mio carissimo amico, prima che tutore: "Grazie Munk, sei proprio una bella persona".

Anni prima lei, che mi scriveva: "Grazie per la musica ... per la disponibilità ... per esserci sempre ... Non essere triste torno presto e poi se non ti fanno fare una piega mille Km allora per duemila sarà la stessa identica cosa."

Quest'ultimo messaggio, lo avevo interpretato come LA SUA dichiarazione d'amore nei miei confronti ... troppo lungo spiegare il motivo.

Ognuno di questi messaggi mi ferisce, sempre: perchè esprimono una sensibilità sorprendente e giungono dritti al cuore, sciogliendomelo.
Ci vivo per questo!
E poi perchè è vero: sono sempre attento e presente con le persone che mi stanno veramente a cuore, specialmente se si tratta della donna che vivo.

Credo nella bontà di questi testi ... ma solo in determinate occasioni quest'affetto mi viene dimostrato, come oggi ... come per la musica ... e vorrei che avvenisse molto, molto più frequentemente ... quotidianamente ... in maniera più "disinteressata" e desiderata.

Mi ha fatto piacere leggere l'sms appena arrivato, ma ho pensato che non devo farmi più sciogliere il cuore.
Lo sto rendendo sclerotizzato, a causa delle illusioni che mi sono, e che lei, mi ha procurato.

Per il mio modo di vedere la vita e l'amore ... è davvero brutto agire così.
Inimmagginabile. Perchè non ci ero abituato e non vorrei vivere così.
La mia vita senza questi intensi sentimenti varrebbe nulla.
E' un modo che mi è rimasto per proteggermi, per non ingannarmi più.
E' il solo modo che ho per donare il mio amore alla donna giusta ... un giorno ... spero.

mercoledì 11 febbraio 2009

Conoscere ... solo se stessi, non gli altri

Leggevo un commento di de Andrè su di una sua canzone, Anime Salve:


"Quel ripetere 'gli ultimi saranno i primi' forse non voleva essere una profezia metafisica. Ieri cantavo i vinti, mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio. I nomadi, per esempio, e tutti quelli che attraversano i disagi dell'emarginazione senza rinunciare ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno loro, i vincenti. Perchè muovono la Storia. I perdenti sono le persone che più mi affascinano. Per me dietro ogni barbone si nasconde un eroe. E' la fuga dal branco che ci porta a maturare spiritualmente. Così la solitudine diventa una possibilità di riscatto. E forse la vita, più che una corsa verso la morte, è una fuga dalla nascita."


Uno "stupido" test diceva che la canzone di de Andrè che più mi rassomiglia è proprio "Anime Salve": "Sei una persona buona. Sei dolce, romantico, tenero, sognatore; ami al 100% ed in modo appassionato e completo. Soffri con facilità perchè per te il sentimento conta più di tutto: ciò che dai è tantissimo ma spesso non riesci ad averlo indietro del tutto. Il tuo amore e la tua capacità di donarti non hanno limiti: chi ti ha al fianco si sente un re perchè sei fedele, leale, generoso e sincero in ogni azione e parola."


Tralasciando il sempre giusto "prendere con le molle" qualunque cosa venga riferito da chissàchi, capaci solo di aumentare l'ego e di sparare speranze e fantasticherie strane ...

molte di queste parole le avevi dette tu, a me, quando avevi ribattuto, e ti eri messa sullo stesso mio piano, alla domanda su cosa mi piacesse di te.


Ho ripreso il nostro "libro", dove avevo annotato molti dei nostri messaggi e delle corrispondenze, per ritrovare quelle stesse parole ... e tanto altro dolore ... erano mesi che non l'aprivo.

Ho improvvisamente rivangato uno dei tuoi ultimi pensieri da rivolgermi: "Devi conoscere le persone".

Sembra che tu mi conoscessi, dato che mi hai descritto con parole simili a quelle del presunto test.


Alla lunga, quando la nostra relazione volgeva al termine, ho intuito qualcosa di te. Usare la parola "capito" sarebbe troppo. Perchè pensavo di capirti, e quindi di conoscerti, sulla base di ciò che mi raccontavi e che mostravi. Sono stato molto brusco anche al telefono, una delle ultime volte.

Non eri veramente innamorata di me.
Volevi davvero stare sola.
Comunque, desideravi e per questo cedevi. (Chissà se ti accontentavi di me, io certamente, non di te).
Sapevi che mi avresti fatto tanto male.
Tutto ciò che io ti donavo, dovevo volgerlo ad altre donne.
Queste parole, mi facevano star male.

Quando ti sei allontanata, mi sono sentito perso ed enormemente tradito nella fiducia.
L'elemento fondamentale che, più di ogni altra cosa, una persona che ha a che fare con uno come me, deve sapersi conquistare.
Quando conquisti questo, non fai che aprire serrature su serrature. Probabilmente, credevo l'avessi conquistata ma ... tante e tante volte ... le cose che avrei voluto esprimere ... le ho represse ... a volte perchè non mi davi spazio e quando lo facevi ... in seguito mi "bastonavi".


Le mie erano attenzioni sincere, è vero nate da un tuo momento di difficoltà.
Forse sai che il mio modo di intraprendere una relazione sentimentale è difficilmente complicato: ho davvero tanta paura a manifestare in generale, poi interesse, verso una donna.
Devo percepire corrispondenza o tutto diventa ancor più difficile. Questo mi blocca e mi fa andare in palla.
So per certo che tu mi interessavi già da prima, te lo dissi altre volte.
Con te, non sarei mai riuscito a provarci perchè non l'ho fatto finora in vita mia: non mi ritroverei senza una donna da 29 anni e mezzo.
Non avevo e non ho bisogno di termini di paragone. Basta ciò che qualcuno suscita in me perchè sono estremamente empatico.

Potrei stare anni e anni silente, aspettando a vedere quella spinta interiore agire e, quasi sempre, non si esprime mai. La affosso, la reprimo, piuttosto che manisfestarla, questa spinta.
Abituato all'idea che, tanto, uno come me, non ce la può mai fare con le donne. Abituato a pensare a quanto rinfacciatomi. Abituato all'idea inculcata che, tanto, dico solo cose senza senso e non degne di essere ascoltate. Per questo, faccio fatica a far decollare una conversazione con persone poco familiari e, quando succede, è perchè è una condizione molto particolare.

La stessa spinta interiore (prontamente repressa) che ieri mi ha pervaso e che alla quale ho resistito solo perchè ho "razionalizzato" che non ti interessavo. Tante cose che volevo dire e fare ... auto-bloccate ... tanto non sarebbero servite a cambiare le cose. Le avevi prontamente, precedentemente, ribadite.

La nostra relazione non mi aiuterà a risolvere il problema, probabilmente lo avrà accentuato perchè porta maggiori paure.


Sono cosciente delle mie capacità, so che posso essere un buon compagno di vita, sono stato bravo in quel poco che sono riuscito a mostrare. Ma non era il massimo della mia espressione e adesso non trovo una valvola di sfogo.
Quest'incapacità mi strugge ancor di più.

Inconsciamente, mi spingo ad agire in solitaria per amare e dare fiducia all'unica persona che possa capirmi e rendermi contento, forse non felice: me stesso.
Perchè, consciamente, desidero che un "altra" sia a quel posto.

martedì 10 febbraio 2009

"Come è andata?"

...sarà la domanda che domattina il mio capo mi rivolgerà.

"Più male che bene", la mia risposta.

Oggi ho rivisto la donna che ho amato.
Che desidero amare ancora.
Quella donna che scatena in me una tempesta di emozioni, ogni volta che la rivedo.

Non appena entrato nel corridoio del dipartimento, la prima figura visibile all'orizzonte è stata la sua.
Riconoscibile da 35 metri di distanza pur con scarsità di illuminazione.
Perchè la sua immagine è sempre presente nella mia mente.

Perchè male? Perchè ho voluto "affrontarla" dopo tanti mesi che non si parlava più, sapendo che dopo sarei stato male.

Ti interessa la descrizione di cosa ho provato?

Le stesse emozioni che ho provato la prima volta che sono uscito con lei, le emozioni che ho provato alla notizia di poter ritornare a vivere a Ferrara.
Le farfalle nello stomaco, il battito del cuore accelerato, ansia spasmodica di poter godere di quei momenti.
Il desiderio (irre)frenabile di baciarla, di stringerla a me, di far scivolare la mia mano sul suo volto e sul suo corpo fino a sentirlo vibrare.

Due anni scivolati in fretta, quando la nostra relazione era all'inizio, proprio di questo periodo. Due anni in cui invece di smorzare i sentimenti nei suoi confronti, sono schizzati alle stelle al solo rivederla.
Abbiamo anche parlato, nel suo nuovo studio.
Parole che come sempre mi resteranno scolpite nella memoria e che non faranno altro che tormentarmi ancor di più perchè non danno speranza.
Gli sguardi che troppe volte si incrociavano, e si mantenevano fissi a lungo.
Non so se è stato casuale, ma mentre sfilava le chiavi dalla porta ho sentito toccare le mie dita, un pò come la scena del film "La lettera d'amore", il suo film che le ho procurato tanto amorevolmente.

Il fato, esattamente come due anni fa, ha voluto ancora farci incontrare una terza volta nel corso della giornata, in un luogo simbolico, dove la nostra relazione ha sempre più avuto spazio: il distributore delle bevande al seminterrato.

Ero andato giù a prendere qualcosa da mangiare e, una volta prelevato il prodotto, mi sono diretto immediatamente verso l'ascensore. Qualcosa mi ha suggerito di ritornare indietro, con la scusa di buttare l'incarto: ancora le percezioni che mi hanno accompagnato nei mesi dei nostri incontri!

Sullo sfondo c'era ancora lei, prima non era presente. Si dirigeva proprio verso il distributore.
Io l'ho aspettata.
Le chiesi se volesse qualcosa.
Fece un cenno, si.
Le porsi la chiavetta, prese il caffè.
Si parlava in compagnia di altre persone, sedute sulla nostra panchina, dove sostavamo per decine e decine di minuti alla volta, a confessarci.

"Sali su adesso" dicevo in cuor mio. Perchè questa volta, in ascensore, avrei non più contato fino a 14 ... ma premuto il pulsante rosso di stop.

Mi ha sempre guidato il desiderio di lei e le emozioni che riusciva a creare in me.
Mi ha come stregato.
Si è definita come "il diavolo" in un giorno ben preciso: il mio 28esimo compleanno.

Le ho venduto la mia anima, probabilmente.