Mercoledì sera, mentre ero di servizio in Pubblica, avevo notato sul cellulare un sms inviatomi da un'amica di vecchia data, chiedendomi quando sarei partito per le vacanze.
Per risponderle, ho preferito chiamarla piuttosto che inviarle un freddo messaggio.
Mai idea fu tanto bella!
Tra una chiacchiera e l'altra, siamo arrivati d'un colpo a organizzare una visita a casa mia per il giorno successivo. L'idea era di trascorrere del tempo assieme, chiacchierando in giro per la città, cenando a casa di un amico (ed ora collega di lavoro) in una zona poco distante e restando a dormire a casa mia, essendo solo ed avendo spazio a disposizione.
Mi è piaciuto molto organizzare senza pensarci troppo; come sempre, mi sa di spontaneità, voglia di fare, curiosità ed apertura al nuovo.
Così, in effetti è stato.
Ci siamo incontrati nel pomeriggio di giovedì. Dopo che sono uscito dal lavoro, siamo stati in piazza ad ammirare i palazzi e la torre, a parlare delle nostre vite, confidandoci (più lei che io, purtroppo). Tra una sua sigaretta e un'altra ... due passi verso la fortezza, luogo che non aveva mai visitato, con una punta in ricevitoria per sfidare la fortuna al superenalotto. Nella fortezza, fermi nel punto panoramico che a me piace più di tanti altri, sfilò fuori dal suo zaino la macchina fotografica a cui più tiene e me la consegnò tra le mani, cominciando a spiegarmi, da brava insegnante di mestiere, come fare fotografie. Mi aveva incoraggiato a fare foto, a trovare la mia vena ispiratoria ma, non conoscendo quest'aspetto di me, cioè che più mi viene chiesto di far qualcosa, più mi blocco, di foto alla fine non ne ho fatte neanche una.
Da li, ci siamo diretti verso il parcheggio della fortezza per prendere l'auto e spostarci verso casa ... giusto per il tempo di darci una rinfrescata ... farle vedere gli ambienti di casa ... usare internet e ... nel frattempo ... eravamo già in ritardo per andare a casa di Michele.
La sosta alla coop per comprare una bottiglia di vino è stata tardiva; abbiamo però ripiegato per un dolce, preso in un bar sulla strada per raggiungere il nostro amico.
Il tragitto da casa mia verso quella della persona che stava per conoscere è stato particolare per lei, almeno ho avuto questa sensazione, perchè è rimasta molto colpita dallo scenario naturalistico di quei luoghi. Curiosamente ... per scherzo aveva indicato una casa di pietra, sognando di averne una così, un giorno ... non sapendo che era proprio la casa di destinazione!
E giù a ridere!
Un rapido sguardo nei dintorni, valutare la possibilià di fare qualche foto ... nessuna ispirazione ma tanta fame e voglia di salire su, entrando in casa di Michele.
Con lo sguardo perso e meravigliato per la bellezza dell'appartamento in affitto, purtroppo temporaneamente ... troppo temporaneamente ... l'ho accompagnata per un giro turistico della casa nel mentre che il cibo finisse di cuocere e ... via alla serata.
E' stato bello vedere come due persone che non si erano mai viste prima, si trovassero in gran sintonia. Hanno trovato subito motivo di dialogo parlando delle proprie passioni: la fotografia. Tra una portata e l'altra, poi, i discorsi si facevano sempre più personali e confidenziali.
Non trascorrevo del tempo così da almeno due anni, da quando uscivo con lei e stavamo ore ed ore a confidarci, a parlare delle nostre vite, a scambiarci le nostre opinioni, i nostri sentimenti, i nostri timori ... le nostre speranze.
Un confessionale all'aperto, tra la tavola e l'uscìo di casa, senza regole, senza limiti.
Un bisogno fortissimo di sfogarsi ... lei ... tra chissà quanti altri motivi, per causa del suo ex che l'aveva tradita con quella che poi diventerà la sua migliore amica ... e la voglia di liberarsi di alcune ansie ... io ... per causa di lei ... che mi aveva creato troppi pesi e timori, principalmente dopo la fine della nostra relazione.
Per un certo tempo, Michele e Felicia hanno voluto mantenere il discorso su di lei, arrivando a pronunciare le stesse parole dette tra tanti messaggi, e-mail e telefonate: lei con la sua esplicità volontà di rimanere sola, pregandomi di lasciarla crescere da sola e continuando, nonostante questo, a frequentarmi ... io con ciò che avevo percepito di lei guardando due film che, a suo avviso, spiegavano benissimo la sua situazione in quel momento. Quando un ben preciso pomeriggio le inviai un messaggio, facendo riferimento a cosa pensavo ... "innamorarsi di una persona è quasi come innamorarsi di sè" ... la sua risposta colpì, come sempre in queste occasioni, dritto al cuore: "quando vuoi sai essere geniale".
Gli sfoghi, sia suo che mio, mi sono serviti per continuare a riflettere sul mio passato, sui miei sentimenti. L'ho fatto inconsciamente anche durante il sonno, sognando Felicia e Michele che continuavano a parlarmi di lei.
Al mattino, mi sono alzato con uno spirito diverso.
Sentivo Felicia muoversi per la casa, entrare in bagno, fare la doccia, forse anche truccarsi dato che sentivo rumori di oggetti che venivano appoggiati ... spostarsi in camera e riuscire verso la cucina.
Non ero fisicamente presente con lei in quei momenti ma riuscivo ad immaginarla, la vedevo compiere tutte quelle azioni quotidiane, nella mia mente. Ho pensato che sarebbe stato bello poterle immortalare con una foto ma, essendo la situazionie troppo intima e non essendoci intimità tra di noi, fare quelle foto non mi era concesso. Sarebbe stata un'invasione barbarica nella sua vita.
Ma ... una volta entrata in cucina e pronta sul balconcino per fare colazione ... ho trovato la mia ispirazione ... il mio impulso. Ho ancora una volta provato la sensazione di essere innamorato di me stesso, con tutti i miei difetti, con quei pregi ... come due anni fa ... grazie a lei ... grazie a Felicia.
lunedì 10 agosto 2009
lunedì 3 agosto 2009
Volersi bene per non farsi del male
La settimana scorsa, quando ero in servizio in Pubblica Assistenza con due persone che ritengo tra le migliori dell'associazione, era uscito fuori il discorso sul volersi bene.
Sua figlia, mi raccontava Marcello, stava attraversando un periodo di crisi amorosa per colpa di un ragazzo che, pur frequentandola, non era sicuro sui sentimenti e chiedeva una pausa di riflessione.
Marcello, comprensivo sul periodo adolescenziale della figlia, ma fino ad un certo punto, ormai arrivato al limite della sopportazione, proclamava come soluzione proprio il concetto di volersi bene, di non soffrire più a causa di quel ragazzo, di mettere al centro prima di tutto se stessa.
Non sono riuscito a trovare tempo da allora per scrivere, ma ci ho pensato sopra di tanto in tanto. Ho pensato, ad esempio, come levarmi dalla testa "lei", la persona che da due anni a questa parte mi ha totalmente distrutto nella mente e che mi ha generato tantissima confusione e tanti, troppi complessi, fobie che si riflettono nelle relazioni con gli altri, esaltando quelle incapacità che mi porto dietro da una vita.
Incapacità che sono totalmente svanite con lei, rendendomi conto che so essere bravo nell'accudire l'altro, quando provo qualcosa di molto forte ... ma probabilmente non me stesso.
Questa sera, digitando su Google le parole "volersi bene" è uscito come link la pagina che allego qui di sotto e che mi ha particolarmente colpito.
Descrive proprio quanto la mia autostima sia troppo bassa, inesistente forse.
Descrive anche quelle mie sensazioni di incapacità, che in passato non mi hanno permesso di avere una relazione con una ragazza.
Aggiunge anche di farsi un regalo ogni tanto ... qualcosa che non riesco a sopportare se fatto dagli altri; qualcosa che sottovaluto se sono io stesso a farmene, tipo ultimamente con la macchina, sulla quale non ho voluto fare grossi salti di gioia per evitare di subire ulteriori mazzate indesiderate.
Ancora più importante, parla della troppa severità ed autocritica: qualcosa che mi opprime. Paradossalmente, riesco ad essere tanto critico con me stesso ma molto comprensivo e dolce quando gli altri si autocriticano.
Curiosità: il motore del mio comportamento è proprio la frase del Vangelo alla quale la scrittrice si ispira: non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te stesso, l'equivalente di ama il prossimo tuo come te stesso.
"Mi sono chiesta quale contributo valido dare: l'argomento è estremamente vasto, ma mi premeva fornire qualche stimolo che fosse di valido ausilio a chi non si limita a lasciare che la vita gli scorra addosso, ma a chi ne vuole essere anche il protagonista (agente attivo).
Vorrei quindi parlare di un amore particolare, quello per se stessi. Io preferirei chiamarlo in altri termini ed infatti d'ora in poi parlerò della capacità di volersi bene, fatto dato per scontato dai più, ma in realtà molto trascurato.
Non è possibile amare gli altri se non amiamo noi stessi: la stessa frase cristiana: "Ama il prossimo tuo come te stesso"molte volte viene travisata. Ci si impegna ad amare gli altri attraverso gesti di beneficenza o di mutuo soccorso, senza sapere amare noi stessi ed è inutile dire che chi non si ama non sa amare fino in fondo.
Provo a spiegare meglio lo stato di fatto. E' un dato, alquanto triste, che buona parte della nostra educazione venga svolta sottolineandoci gli errori che compiamo, piuttosto che elogiando le cose buone che facciamo. E' ovvio che crescendo introiettiamo il genitore normativo (secondo l'analisi transazionale o ci costruiamo un super-ego secondo la psicoanalisi.. poco importa), quella "vocina" interiore sempre pronta a criticare, a sottolineare gli aspetti negativi, rispetto a quelli positivi.
E' ovvio che in questo modo, più che essere "sostenitori " di noi stessi, diventiamo i nostri più acerrimi nemici: ci critichiamo per ogni piccola cosa, non siamo neppure in grado di riconoscerci tutte le piccole cose positive che facciamo o abbiamo fatto: semplicemente le svalutiamo con le scuse più futili...era mia dovere...era una cosa che chiunque avrebbe saputo fare... era cosa banale... ecc.
Purtroppo quando siamo così severi ed intransigenti con noi stessi, tendiamo ad esserlo anche con gli altri, il che non semplifica i rapporti, anzi tendiamo ad erigerci a giudice di ciò che l'altro compie, seguendo esclusivamente i nostri parametri. Se lavoriamo 15 ore al giorno per un senso di inadeguatezza, poi colpevolizziamo chi lavora le 8 ore canoniche, tacciandolo di essere un lavativo e così via...
Molti di noi purtroppo non sanno volersi bene e perdonarsi per il fatto di essere imperfetti e quindi diventano estremamente rigidi con se stessi: non si danno mai una gratificazione, morale o materiale che sia, sono sempre pronti a criticarsi anziché a sostenersi e darsi auto-appoggio.
La critica fine a se stessa, quella del genitore interno (potevi fare di più, meglio, potevi stare più attento) non è una critica costruttiva, porta solo a un indebolimento dell'immagine del sé, ad una scarsa autostima e ciò non è utile né per la persona, né per chi gli sta accanto.
Volersi bene significa mettersi al primo posto nella nostra scala di valori esistenziali: mettere al primo posto i nostri bisogni rispetto a quelli degli altri ed evitare inutili critiche, a meno che non siano costruttive.
All'apparenza può sembrare un discorso egoistico ed egocentrico, ma nella realtà si rivela ben più proficuo per noi e per gli altri.
Ad es. se io metto al primo posto un'altra persona che non sia io stessa, poi cercherò di soddisfare i bisogni dell'altra prima dei miei... ma non è dato sapere quali siano i bisogni prioritari dell'altra persona e nel frattempo trascuro i miei, aspettandomi che l'altro, considerato il mio sforzo, si attivi per far fronte ai miei...
Quello che molto spesso accade, non essendo possibile la lettura del pensiero altrui, è che noi ci sforziamo per soddisfare bisogni dell'altro, che dall'altro non sono vissuti come tali, ma sono solo nostre proiezioni su ciò di cui l'altro avrebbe bisogno/necessità, nel frattempo trascuriamo noi stessi, ma poi pretendiamo che il fatidico "altro" si faccia carico di ciò di cui abbiamo bisogno....
Credo che già il bisticcio di parole renda chiara l'idea della situazione alquanto complessa in cui ci andiamo a porre assumendo un tale atteggiamento.
Volersi bene, mettersi al primo posto, non è indice di egocentrismo o egoismo: è il primo passo per stare bene con se stessi e col mondo, è il primo passo per mantenere le nostre energie al massimo in modo tale da averne a disposizione anche per gli altri... Da una batteria scarica non si ricava niente, né per sé, né per chi ci sta attorno....volersi bene, proteggersi e sostenersi è il primo grande passo che possiamo fare per potere essere di aiuto anche agli altri, per poterli amare nel vero senso del termine.
Chi non sa amare se stesso con i propri limiti, come potrà accettare quelli degli altri?
Preferisco comunque la frase "Ama il prossimo tuo come te stesso" anche se non sono religiosa: mi piacerebbe tanto che molte persone riflettessero sul significato profondo insito in questo comandamento. A parte qualche psicopatico, nessuno di noi tratta il prossimo come se stesso: critiche, squalifiche, non conferme e chi più ne ha...più ne aggiunga! Nessuno tratterebbe il proprio miglior amico come tratta se stesso... E questo è volersi bene???
Il mio articolo, come anche quelli che potete trovare sul mio sito, non sono rivolti agli "addetti ai lavori" ma vogliono essere solo uno spunto per riflettere o pura e semplice informazione.
Ringrazio tutti quelli che hanno avuto la costanza di leggere fino all'ultima riga e anche quelli che si sono arrestati prima, con la speranza comunque di aver trasmesso un messaggio di amore che ognuno di noi deve a se stesso... se vuole esserci come presenza attiva nel confronto degli altri.
D. C.
PS: Permettetemi ancora una regola che io vado dettando a tutti i miei pazienti/clienti (tutto dipende dal loro grado di pazienza: tanta pazienza=pazienti, poca pazienza=clienti :) )
Non permettere a nessuno, soprattutto a te stesso, di farti del male! "
http://www.cuorinellatormenta.it/spazio_d
Sua figlia, mi raccontava Marcello, stava attraversando un periodo di crisi amorosa per colpa di un ragazzo che, pur frequentandola, non era sicuro sui sentimenti e chiedeva una pausa di riflessione.
Marcello, comprensivo sul periodo adolescenziale della figlia, ma fino ad un certo punto, ormai arrivato al limite della sopportazione, proclamava come soluzione proprio il concetto di volersi bene, di non soffrire più a causa di quel ragazzo, di mettere al centro prima di tutto se stessa.
Non sono riuscito a trovare tempo da allora per scrivere, ma ci ho pensato sopra di tanto in tanto. Ho pensato, ad esempio, come levarmi dalla testa "lei", la persona che da due anni a questa parte mi ha totalmente distrutto nella mente e che mi ha generato tantissima confusione e tanti, troppi complessi, fobie che si riflettono nelle relazioni con gli altri, esaltando quelle incapacità che mi porto dietro da una vita.
Incapacità che sono totalmente svanite con lei, rendendomi conto che so essere bravo nell'accudire l'altro, quando provo qualcosa di molto forte ... ma probabilmente non me stesso.
Questa sera, digitando su Google le parole "volersi bene" è uscito come link la pagina che allego qui di sotto e che mi ha particolarmente colpito.
Descrive proprio quanto la mia autostima sia troppo bassa, inesistente forse.
Descrive anche quelle mie sensazioni di incapacità, che in passato non mi hanno permesso di avere una relazione con una ragazza.
Aggiunge anche di farsi un regalo ogni tanto ... qualcosa che non riesco a sopportare se fatto dagli altri; qualcosa che sottovaluto se sono io stesso a farmene, tipo ultimamente con la macchina, sulla quale non ho voluto fare grossi salti di gioia per evitare di subire ulteriori mazzate indesiderate.
Ancora più importante, parla della troppa severità ed autocritica: qualcosa che mi opprime. Paradossalmente, riesco ad essere tanto critico con me stesso ma molto comprensivo e dolce quando gli altri si autocriticano.
Curiosità: il motore del mio comportamento è proprio la frase del Vangelo alla quale la scrittrice si ispira: non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te stesso, l'equivalente di ama il prossimo tuo come te stesso.
"Mi sono chiesta quale contributo valido dare: l'argomento è estremamente vasto, ma mi premeva fornire qualche stimolo che fosse di valido ausilio a chi non si limita a lasciare che la vita gli scorra addosso, ma a chi ne vuole essere anche il protagonista (agente attivo).
Vorrei quindi parlare di un amore particolare, quello per se stessi. Io preferirei chiamarlo in altri termini ed infatti d'ora in poi parlerò della capacità di volersi bene, fatto dato per scontato dai più, ma in realtà molto trascurato.
Non è possibile amare gli altri se non amiamo noi stessi: la stessa frase cristiana: "Ama il prossimo tuo come te stesso"molte volte viene travisata. Ci si impegna ad amare gli altri attraverso gesti di beneficenza o di mutuo soccorso, senza sapere amare noi stessi ed è inutile dire che chi non si ama non sa amare fino in fondo.
Provo a spiegare meglio lo stato di fatto. E' un dato, alquanto triste, che buona parte della nostra educazione venga svolta sottolineandoci gli errori che compiamo, piuttosto che elogiando le cose buone che facciamo. E' ovvio che crescendo introiettiamo il genitore normativo (secondo l'analisi transazionale o ci costruiamo un super-ego secondo la psicoanalisi.. poco importa), quella "vocina" interiore sempre pronta a criticare, a sottolineare gli aspetti negativi, rispetto a quelli positivi.
E' ovvio che in questo modo, più che essere "sostenitori " di noi stessi, diventiamo i nostri più acerrimi nemici: ci critichiamo per ogni piccola cosa, non siamo neppure in grado di riconoscerci tutte le piccole cose positive che facciamo o abbiamo fatto: semplicemente le svalutiamo con le scuse più futili...era mia dovere...era una cosa che chiunque avrebbe saputo fare... era cosa banale... ecc.
Purtroppo quando siamo così severi ed intransigenti con noi stessi, tendiamo ad esserlo anche con gli altri, il che non semplifica i rapporti, anzi tendiamo ad erigerci a giudice di ciò che l'altro compie, seguendo esclusivamente i nostri parametri. Se lavoriamo 15 ore al giorno per un senso di inadeguatezza, poi colpevolizziamo chi lavora le 8 ore canoniche, tacciandolo di essere un lavativo e così via...
Molti di noi purtroppo non sanno volersi bene e perdonarsi per il fatto di essere imperfetti e quindi diventano estremamente rigidi con se stessi: non si danno mai una gratificazione, morale o materiale che sia, sono sempre pronti a criticarsi anziché a sostenersi e darsi auto-appoggio.
La critica fine a se stessa, quella del genitore interno (potevi fare di più, meglio, potevi stare più attento) non è una critica costruttiva, porta solo a un indebolimento dell'immagine del sé, ad una scarsa autostima e ciò non è utile né per la persona, né per chi gli sta accanto.
Volersi bene significa mettersi al primo posto nella nostra scala di valori esistenziali: mettere al primo posto i nostri bisogni rispetto a quelli degli altri ed evitare inutili critiche, a meno che non siano costruttive.
All'apparenza può sembrare un discorso egoistico ed egocentrico, ma nella realtà si rivela ben più proficuo per noi e per gli altri.
Ad es. se io metto al primo posto un'altra persona che non sia io stessa, poi cercherò di soddisfare i bisogni dell'altra prima dei miei... ma non è dato sapere quali siano i bisogni prioritari dell'altra persona e nel frattempo trascuro i miei, aspettandomi che l'altro, considerato il mio sforzo, si attivi per far fronte ai miei...
Quello che molto spesso accade, non essendo possibile la lettura del pensiero altrui, è che noi ci sforziamo per soddisfare bisogni dell'altro, che dall'altro non sono vissuti come tali, ma sono solo nostre proiezioni su ciò di cui l'altro avrebbe bisogno/necessità, nel frattempo trascuriamo noi stessi, ma poi pretendiamo che il fatidico "altro" si faccia carico di ciò di cui abbiamo bisogno....
Credo che già il bisticcio di parole renda chiara l'idea della situazione alquanto complessa in cui ci andiamo a porre assumendo un tale atteggiamento.
Volersi bene, mettersi al primo posto, non è indice di egocentrismo o egoismo: è il primo passo per stare bene con se stessi e col mondo, è il primo passo per mantenere le nostre energie al massimo in modo tale da averne a disposizione anche per gli altri... Da una batteria scarica non si ricava niente, né per sé, né per chi ci sta attorno....volersi bene, proteggersi e sostenersi è il primo grande passo che possiamo fare per potere essere di aiuto anche agli altri, per poterli amare nel vero senso del termine.
Chi non sa amare se stesso con i propri limiti, come potrà accettare quelli degli altri?
Preferisco comunque la frase "Ama il prossimo tuo come te stesso" anche se non sono religiosa: mi piacerebbe tanto che molte persone riflettessero sul significato profondo insito in questo comandamento. A parte qualche psicopatico, nessuno di noi tratta il prossimo come se stesso: critiche, squalifiche, non conferme e chi più ne ha...più ne aggiunga! Nessuno tratterebbe il proprio miglior amico come tratta se stesso... E questo è volersi bene???
Il mio articolo, come anche quelli che potete trovare sul mio sito, non sono rivolti agli "addetti ai lavori" ma vogliono essere solo uno spunto per riflettere o pura e semplice informazione.
Ringrazio tutti quelli che hanno avuto la costanza di leggere fino all'ultima riga e anche quelli che si sono arrestati prima, con la speranza comunque di aver trasmesso un messaggio di amore che ognuno di noi deve a se stesso... se vuole esserci come presenza attiva nel confronto degli altri.
D. C.
PS: Permettetemi ancora una regola che io vado dettando a tutti i miei pazienti/clienti (tutto dipende dal loro grado di pazienza: tanta pazienza=pazienti, poca pazienza=clienti :) )
Non permettere a nessuno, soprattutto a te stesso, di farti del male! "
http://www.cuorinellatormenta.it/spazio_d
venerdì 17 luglio 2009
Anno II
In questo preciso istante di due anni fa, mi trovavo sul divano di casa in compagnia di colei che amavo.
Dopo i preparativi del pranzo, il suo arrivo a casa e la contemporanea telefonata di mio fratello lunga ben mezz'ora mentre lei soffriva l'ipoglicemia ... la consumazione del pasto a lume di candela ... il gelato ... iniziavano le confidenze più riservate.
Principalmente lei, iniziando a raccontare, come un Bignami, tutta la sua vita in 2-3 ore.
Lei,
distesa sul divano;
io,
seduto sul posto centrale, sorreggendo le sue gambe sulle mie.
Ne ricordo ancora il profumo.
Ricordo ancora tutte quelle parole.
Poi ... l'inevitabile ...
il momento che entrambi aspettavamo,
forse e probabilmente con due aspettative diversissime.
E la notte assieme, stretti sul divano
poi in camera a riprenderci dal caldo afoso in salotto.
Io che non prendevo sonno ...
avevo lei vicino e non mi sembrava vero ...
vederla dormire ...
scrutarne da vicino, a nudo, ogni centimetro della sua pelle ...
la forma dei suoi nei ...
le espressioni del viso mentre dormiva ...
che non sapeva nulla di quanto lo stessi osservando.
Questa per me è conoscenza, vera conoscenza.
QUELLA FONDAMENTALE PER ME!
Al mattino, a rifare ...
ritentare ...
nuovamente all'amore ...
la doccia assieme, lavata e ben coccolata
come nessuno lo aveva mai fatto prima in vita sua ...
ancora, nuovamente a letto ...
La colazione a due ...
l'uscita di casa scendendo assieme le scale
lasciandoci per strade differenti davanti al portone d'ingresso
sfiorando leggermente le nostre dita
con il sorriso felice in faccia.
Sorriso apparente.
Oggi sono due anni ... l' oggi passato a non ricordare troppo l'evento ma distraendomi, acquistando la mia prima auto e visitando quella che da fine mese sarà la mia nuova casa.
Ricordando l'oggi solo in questo momento che sto scrivendo.
Dopo i preparativi del pranzo, il suo arrivo a casa e la contemporanea telefonata di mio fratello lunga ben mezz'ora mentre lei soffriva l'ipoglicemia ... la consumazione del pasto a lume di candela ... il gelato ... iniziavano le confidenze più riservate.
Principalmente lei, iniziando a raccontare, come un Bignami, tutta la sua vita in 2-3 ore.
Lei,
distesa sul divano;
io,
seduto sul posto centrale, sorreggendo le sue gambe sulle mie.
Ne ricordo ancora il profumo.
Ricordo ancora tutte quelle parole.
Poi ... l'inevitabile ...
il momento che entrambi aspettavamo,
forse e probabilmente con due aspettative diversissime.
E la notte assieme, stretti sul divano
poi in camera a riprenderci dal caldo afoso in salotto.
Io che non prendevo sonno ...
avevo lei vicino e non mi sembrava vero ...
vederla dormire ...
scrutarne da vicino, a nudo, ogni centimetro della sua pelle ...
la forma dei suoi nei ...
le espressioni del viso mentre dormiva ...
che non sapeva nulla di quanto lo stessi osservando.
Questa per me è conoscenza, vera conoscenza.
QUELLA FONDAMENTALE PER ME!
Al mattino, a rifare ...
ritentare ...
nuovamente all'amore ...
la doccia assieme, lavata e ben coccolata
come nessuno lo aveva mai fatto prima in vita sua ...
ancora, nuovamente a letto ...
La colazione a due ...
l'uscita di casa scendendo assieme le scale
lasciandoci per strade differenti davanti al portone d'ingresso
sfiorando leggermente le nostre dita
con il sorriso felice in faccia.
Sorriso apparente.
Oggi sono due anni ... l' oggi passato a non ricordare troppo l'evento ma distraendomi, acquistando la mia prima auto e visitando quella che da fine mese sarà la mia nuova casa.
Ricordando l'oggi solo in questo momento che sto scrivendo.
venerdì 10 luglio 2009
Al lavoro
Pensavo oggi che, forse, un motivo per cui non apprezzo molto il mio lavoro è che non sento le molecole che sintetizzo come se fossero miei "figli".
Non mi prendo affatto cura dei composti una volta che li ho consegnati; mi sbatto per produrle e consegnarle pulite ma dopo non mi interesso dei risultati biologici, come invece fanno gli altri miei colleghi.
Sembra che essi vivano solo ed esclusivamente per quelle molecole; aspettano con ansia i risultati dei test e si esaltano se quei risultati sono buoni, perchè hanno fatto un'ottima scelta di reattivi. Ci sono arrivati avendo studiato e seguito passo passo la correlazione che esiste tra struttura ed attività biologica. Si dispiacciono se nel corso dei successivi test, alcuni parametri non sono come ci si aspetterebbe e si lamentano se a causa di dati particolarmente insoddisfacenti, la molecola viene definitivamente scartata.
Alcuni, si ricordano a memoria i codici di identificazione di ciascun composto.
Insomma, hanno la completa "tracciabilità" e padronanza su tutto ciò che fanno, sanno la pagella completa.
Hanno tanta passione per ciò che fanno, nonostante si lamentino di alcune condizioni lavorative poco favorevoli, come lo stipendio.
Io non ce l'ho quella passione.
Io faccio ciò che devo fare, il più delle volte calato dall'alto, ancor più faccio le stesse identiche, solite reazioni ed operazioni; poi, consegnati i prodotti finali, abbandono armi e bagagli e magari un giorno mi ricordo di andare a scoprire se qualche molecola è attiva.
Insomma, non ci trovo passione, non credo a ciò che faccio. Ecco perchè ci vado di controvoglia al lavoro, particolarmente in questo momento. Poi, a completare la ricetta, ci metto sempre quel "q. b." di complesso di inferiorità ed incapacità che non guasta mai.
Sarà perchè non sento importante per il mio benessere (che non c'è) il lavoro, l'ho davvero relegato all'ultimo posto rispetto a tanti anni fà, dove lo studio e l'attività erano le mie massime aspirazioni.
Poi, a compromettere ulteriolmente tutto, non mi trovo socialmente a mio agio in quell'ambiente di lavoro. Credo che se anche cambiassi lavoro, non mi troverei a mio agio lo stesso: cioè, è indipendente dagli altri, ma dipende solo ed esclusivamente da me e non riesco a trovare rimedio.
Una persona con la quale ho un pò più di "confidenza" mi ha suggerito che dovrei aprirmi di più, ma non ci riesco. Non so neanche cosa voglia dire aprirsi, in questo momento. Anzi, più i giorni passano, più ci penso e più mi chiudo. Non è insolito che a pranzo non dica affatto una parola e sia totalmente immerso nei miei pensieri, fuori da tutte le discussioni a cui gli altri danno vita. Capita, inoltre, che per qualche strana combinazione, in ufficio riesco a tirar fuori qualche parola e battuta, ma non un discorso articolato, coinvolgente e prolungato, come invece fanno gli altri.
Ritorno così punto e a capo ai miei problemi. Di sempre.
Non mi prendo affatto cura dei composti una volta che li ho consegnati; mi sbatto per produrle e consegnarle pulite ma dopo non mi interesso dei risultati biologici, come invece fanno gli altri miei colleghi.
Sembra che essi vivano solo ed esclusivamente per quelle molecole; aspettano con ansia i risultati dei test e si esaltano se quei risultati sono buoni, perchè hanno fatto un'ottima scelta di reattivi. Ci sono arrivati avendo studiato e seguito passo passo la correlazione che esiste tra struttura ed attività biologica. Si dispiacciono se nel corso dei successivi test, alcuni parametri non sono come ci si aspetterebbe e si lamentano se a causa di dati particolarmente insoddisfacenti, la molecola viene definitivamente scartata.
Alcuni, si ricordano a memoria i codici di identificazione di ciascun composto.
Insomma, hanno la completa "tracciabilità" e padronanza su tutto ciò che fanno, sanno la pagella completa.
Hanno tanta passione per ciò che fanno, nonostante si lamentino di alcune condizioni lavorative poco favorevoli, come lo stipendio.
Io non ce l'ho quella passione.
Io faccio ciò che devo fare, il più delle volte calato dall'alto, ancor più faccio le stesse identiche, solite reazioni ed operazioni; poi, consegnati i prodotti finali, abbandono armi e bagagli e magari un giorno mi ricordo di andare a scoprire se qualche molecola è attiva.
Insomma, non ci trovo passione, non credo a ciò che faccio. Ecco perchè ci vado di controvoglia al lavoro, particolarmente in questo momento. Poi, a completare la ricetta, ci metto sempre quel "q. b." di complesso di inferiorità ed incapacità che non guasta mai.
Sarà perchè non sento importante per il mio benessere (che non c'è) il lavoro, l'ho davvero relegato all'ultimo posto rispetto a tanti anni fà, dove lo studio e l'attività erano le mie massime aspirazioni.
Poi, a compromettere ulteriolmente tutto, non mi trovo socialmente a mio agio in quell'ambiente di lavoro. Credo che se anche cambiassi lavoro, non mi troverei a mio agio lo stesso: cioè, è indipendente dagli altri, ma dipende solo ed esclusivamente da me e non riesco a trovare rimedio.
Una persona con la quale ho un pò più di "confidenza" mi ha suggerito che dovrei aprirmi di più, ma non ci riesco. Non so neanche cosa voglia dire aprirsi, in questo momento. Anzi, più i giorni passano, più ci penso e più mi chiudo. Non è insolito che a pranzo non dica affatto una parola e sia totalmente immerso nei miei pensieri, fuori da tutte le discussioni a cui gli altri danno vita. Capita, inoltre, che per qualche strana combinazione, in ufficio riesco a tirar fuori qualche parola e battuta, ma non un discorso articolato, coinvolgente e prolungato, come invece fanno gli altri.
Ritorno così punto e a capo ai miei problemi. Di sempre.
mercoledì 8 luglio 2009
Soddisfazione sempre più in basso
Oggi è stata una giornata particolarmente nera.
Per tutta la mattinata, il mio cervello non ha fatto altro che pensare e pensare, finchè è andato completamente in tilt e, dopo pranzo, ho deciso di andarmene via dal lavoro.
Mi sono dato come scusa la stanchezza fisica, me ne sono tornato a casa e mi sono messo a dormire un paio d'ore.
Ho elaborato pensieri diversi tra loro: quanto sono severissimo con me stesso; a come mi viene difficile intraprendere un dialogo con i miei colleghi di lavoro; a come mi senta ignorante nel mio lavoro e penso di voler trovare una posizione di maggiore responsabilità che mi dia più stimoli; esser superbo nei pensieri e sentirmi inferiore nella vita; indivia; permalosità a mille.
Tutto ciò, mi ha letteralmente abbattuto. Non ho una valvola di sfogo, non ho qualcuno con cui parlare, non ho un amico con cui passare il mio tempo a trovare piacere e soddisfazione. Nonchè, distrarmi.
Non so se questo lavoro mi faccia crescere per davvero, non l'ho mai sentito come il posto in cui mi trovo a mio agio nell'attività che svolgo. Non so più se ho scelto un mestiere che mi piaccia ed ho paura degli altri lavori.
Sto regredendo, non migliorando. Questo mi deprime ancor di più e mi ferisce ancor di più. E' un gioco al massacro ciò che mi sto creando attorno e non ne trovo via d'uscita in maniera serena.
Per tutta la mattinata, il mio cervello non ha fatto altro che pensare e pensare, finchè è andato completamente in tilt e, dopo pranzo, ho deciso di andarmene via dal lavoro.
Mi sono dato come scusa la stanchezza fisica, me ne sono tornato a casa e mi sono messo a dormire un paio d'ore.
Ho elaborato pensieri diversi tra loro: quanto sono severissimo con me stesso; a come mi viene difficile intraprendere un dialogo con i miei colleghi di lavoro; a come mi senta ignorante nel mio lavoro e penso di voler trovare una posizione di maggiore responsabilità che mi dia più stimoli; esser superbo nei pensieri e sentirmi inferiore nella vita; indivia; permalosità a mille.
Tutto ciò, mi ha letteralmente abbattuto. Non ho una valvola di sfogo, non ho qualcuno con cui parlare, non ho un amico con cui passare il mio tempo a trovare piacere e soddisfazione. Nonchè, distrarmi.
Non so se questo lavoro mi faccia crescere per davvero, non l'ho mai sentito come il posto in cui mi trovo a mio agio nell'attività che svolgo. Non so più se ho scelto un mestiere che mi piaccia ed ho paura degli altri lavori.
Sto regredendo, non migliorando. Questo mi deprime ancor di più e mi ferisce ancor di più. E' un gioco al massacro ciò che mi sto creando attorno e non ne trovo via d'uscita in maniera serena.
Relazione adulta
1) Relazione sessuale, prima di tutto. Saper soddisfare bene il piacere dell'altro ed il proprio. Durare, sentire e far sentire, mettere creatività e fantasia. Se non si è imparato a fare il sesso, nessuno perdonerà mai e se non c'è affinità sessuale, puoi voler bene ed amare quanto vuoi una persona ma non ci starai mai assieme.
Come corollario, un'ottima e reciproca attrazione fisica, cura del proprio corpo e dell'apparire.
2) Relazione di benessere economico. Garantire un buon tenore di vita, aver spianato la strada per l'acquisto di beni importanti. Nessuno vuole sperare in un futuro peggiore di quello in cui vive attualmente.
3) Relazione di autonomia. L'altro non deve intralciare gli interessi dell'uno, deve lasciargli spazio, vivere in maniera autonoma come se non fosse in rapporto con altri che se stesso; badare alla propria realizzazione personale in qualsiasi attività gli piaccia. Non stare "appiccicati" come zecche.
4) Relazione sociale. Garantire divertimento, attività all'aperto, viaggi, visite, spese, benessere.
A chi interessa costruire qualcosa assieme, partendo totalmente da zero da/su tutto o sulla base di quanto effettivamente si dispone? I tempi del due cuori ed una capanna sono finiti secoli fà.
C'è ancora posto per cura, fiducia, affidamento, dialogo, emozioni, sentimenti, espressioni, oltre alle cose di su?
Come corollario, un'ottima e reciproca attrazione fisica, cura del proprio corpo e dell'apparire.
2) Relazione di benessere economico. Garantire un buon tenore di vita, aver spianato la strada per l'acquisto di beni importanti. Nessuno vuole sperare in un futuro peggiore di quello in cui vive attualmente.
3) Relazione di autonomia. L'altro non deve intralciare gli interessi dell'uno, deve lasciargli spazio, vivere in maniera autonoma come se non fosse in rapporto con altri che se stesso; badare alla propria realizzazione personale in qualsiasi attività gli piaccia. Non stare "appiccicati" come zecche.
4) Relazione sociale. Garantire divertimento, attività all'aperto, viaggi, visite, spese, benessere.
A chi interessa costruire qualcosa assieme, partendo totalmente da zero da/su tutto o sulla base di quanto effettivamente si dispone? I tempi del due cuori ed una capanna sono finiti secoli fà.
C'è ancora posto per cura, fiducia, affidamento, dialogo, emozioni, sentimenti, espressioni, oltre alle cose di su?
domenica 5 luglio 2009
30
Ieri ho trascorso ancora una volt 13 ore a far servizio di volontariato.
Non ho un modo migliore di trascorrere i fine settimana, in assenza di amici preferisco tutte queste ore di "straordinario" piuttosto che affossarmi davanti al computer a non combinare nulla di buono (l'unica cosa buona è scrivere).
Per la prima volta, ho fatto servizio con il medico a bordo, quindi ci hanno assegnato casi di una certa importanza sanitaria.
Non avevo mai avuto modo di parlare con questo medico, di trascorrere molto tempo in sua presenza.
Abbiamo fatto diversi servizi in mattinata ed altrettanti nel pomeriggio, tutti in successione. L'unico momento di riposo è stato, fortunatamente, all'ora di pranzo.
Io, essendo dovuto rimanere al centralino per l'assenza del dipendente, ho avuto modo di pranzare con calma mentre il resto della squadra era in attività per un codice rosso. Al loro ritorno, ho voluto intrattenermi con loro, sperando che si avviasse una buona conversazione.
E' stata l'occasione perchè mi venissero rivolte parecchie domande, le solite di rito, insomma: cosa faccio, se studio o se lavoro, e dove, e che tipo di lavoro svolgo, da dove provengo, dove ho studiato etc.
Chimico.
L'esame per cui la dottoressa ha preso l'unico 18 durante la sua vita universitaria, volendo far intendere che a tutti gli altri ha sempre preso 30, specificando anche che alla seduta di laurea era arrivata con la votazione di 105.
Poi, si è rivolta a me così, dopo aver risposto a tutto il resto: " Allora tu sei uno grande".
Già, sto per compiere 30 anni, oramai.
"Ah, non li dimostri per niente".
Li per li, l'ho preso come un complimento anche perchè non è la prima volta che mi viene detto che sembro più giovane di quanto effettivamente ho.
Dopo, però, la mia mente ha cominciato a formulare un mucchio di "menate mentali", ripensando anche al passato.
Non dimostro di essere una persona adulta. Chissà quanto questo abbia influito sulla mia precedente esperienza con una donna 9 anni più grande di me.
Perchè tendono a darmi meno anni di quanti ne ho effettivamente? Sarà forse per il mio aspetto fisico molto magro ed asciutto, alle spalle strette ed ai pettorali con pochissimo muscolo? Dò l'impressione di essere giovane per la mia fisicità? Anche su questo, in passato, mi era stata mossa "critica", con quelle "spalle strette" e "correre a confrontarti con Flavio". Affermazione che mi aveva spinto ad iniziare l'attività in palestra, durata da agosto 2007 ad aprile 2008 tutto d'un fiato, tutti i giorni; il motivo non era solo quelle parole ma presagivo in quel momento che qualcosa sarebbe andato molto storto nella mia vita e mi è venuto naturale sfogarmi fisicamente, picchiandoci duramente nonostante la mia magrezza. La rabbia, tuttavia, era incalcolabile.
Tendenzialmente, sono sempre stato criticato sulla mia magrezza, da tutti. La colpa è dei miei genitori che non mi hanno mai spinto a fare sport, nè mi hanno concesso di praticarlo in modo agonistico ed impegnativo. Colpevolmente perchè in passato anche i miei fratelli maggiori hanno attraversato lo stesso "problema", risolto con lo sport. Ma, anche quando ho lasciato casa, non ho trovato mai una motivazione costante nel fare attività fisica, a parte la breve parentesi cestistica di strada che ho raccontato qualche post indietro.
Alla fine, la somma di queste riflessioni mi ha fatto formulare questa ipotesi: non sono visto dalle donne perchè non sono sessualmente attraente dal punto di vista fisico? Non avrò mai visibilità se non sono "bello ed abbronzato, dato che l'aspetto fisico è importante" ?
Ho 30 anni, sono alto 1,77 m e peso 66-67 kg; non posso fare più un gran chè, non posso pretendere di allargare l'ossatura, forse posso sviluppare un pò di più i muscoli ma il mio fisico è questo e lo sarà per qualche altro anno ancora, poi con la vecchiaia o ingrasserò fino all'inverosimile oppure continuerò a smagrirmi fino a pelle ed ossa, come un anziano signore cui abbiamo prestato assistenza proprio ieri.
Non mi è mai interessato molto del mio aspetto fisico, ho pensato solo a mantenermi in salute e a trarre divertimento con le brevi attività sportive che ho fatto. Ma se questo aspetto CONCORRERA' a precludermi una relazione ADULTA ... non avrò mai speranza?
Non è un caso che concluda così il mio intervento, perchè relazione adulta sarà il successivo argomento. Voglio, cioè, dare una mia definizione in base all'osservazione di questi ultimi anni.
Non ho un modo migliore di trascorrere i fine settimana, in assenza di amici preferisco tutte queste ore di "straordinario" piuttosto che affossarmi davanti al computer a non combinare nulla di buono (l'unica cosa buona è scrivere).
Per la prima volta, ho fatto servizio con il medico a bordo, quindi ci hanno assegnato casi di una certa importanza sanitaria.
Non avevo mai avuto modo di parlare con questo medico, di trascorrere molto tempo in sua presenza.
Abbiamo fatto diversi servizi in mattinata ed altrettanti nel pomeriggio, tutti in successione. L'unico momento di riposo è stato, fortunatamente, all'ora di pranzo.
Io, essendo dovuto rimanere al centralino per l'assenza del dipendente, ho avuto modo di pranzare con calma mentre il resto della squadra era in attività per un codice rosso. Al loro ritorno, ho voluto intrattenermi con loro, sperando che si avviasse una buona conversazione.
E' stata l'occasione perchè mi venissero rivolte parecchie domande, le solite di rito, insomma: cosa faccio, se studio o se lavoro, e dove, e che tipo di lavoro svolgo, da dove provengo, dove ho studiato etc.
Chimico.
L'esame per cui la dottoressa ha preso l'unico 18 durante la sua vita universitaria, volendo far intendere che a tutti gli altri ha sempre preso 30, specificando anche che alla seduta di laurea era arrivata con la votazione di 105.
Poi, si è rivolta a me così, dopo aver risposto a tutto il resto: " Allora tu sei uno grande".
Già, sto per compiere 30 anni, oramai.
"Ah, non li dimostri per niente".
Li per li, l'ho preso come un complimento anche perchè non è la prima volta che mi viene detto che sembro più giovane di quanto effettivamente ho.
Dopo, però, la mia mente ha cominciato a formulare un mucchio di "menate mentali", ripensando anche al passato.
Non dimostro di essere una persona adulta. Chissà quanto questo abbia influito sulla mia precedente esperienza con una donna 9 anni più grande di me.
Perchè tendono a darmi meno anni di quanti ne ho effettivamente? Sarà forse per il mio aspetto fisico molto magro ed asciutto, alle spalle strette ed ai pettorali con pochissimo muscolo? Dò l'impressione di essere giovane per la mia fisicità? Anche su questo, in passato, mi era stata mossa "critica", con quelle "spalle strette" e "correre a confrontarti con Flavio". Affermazione che mi aveva spinto ad iniziare l'attività in palestra, durata da agosto 2007 ad aprile 2008 tutto d'un fiato, tutti i giorni; il motivo non era solo quelle parole ma presagivo in quel momento che qualcosa sarebbe andato molto storto nella mia vita e mi è venuto naturale sfogarmi fisicamente, picchiandoci duramente nonostante la mia magrezza. La rabbia, tuttavia, era incalcolabile.
Tendenzialmente, sono sempre stato criticato sulla mia magrezza, da tutti. La colpa è dei miei genitori che non mi hanno mai spinto a fare sport, nè mi hanno concesso di praticarlo in modo agonistico ed impegnativo. Colpevolmente perchè in passato anche i miei fratelli maggiori hanno attraversato lo stesso "problema", risolto con lo sport. Ma, anche quando ho lasciato casa, non ho trovato mai una motivazione costante nel fare attività fisica, a parte la breve parentesi cestistica di strada che ho raccontato qualche post indietro.
Alla fine, la somma di queste riflessioni mi ha fatto formulare questa ipotesi: non sono visto dalle donne perchè non sono sessualmente attraente dal punto di vista fisico? Non avrò mai visibilità se non sono "bello ed abbronzato, dato che l'aspetto fisico è importante" ?
Ho 30 anni, sono alto 1,77 m e peso 66-67 kg; non posso fare più un gran chè, non posso pretendere di allargare l'ossatura, forse posso sviluppare un pò di più i muscoli ma il mio fisico è questo e lo sarà per qualche altro anno ancora, poi con la vecchiaia o ingrasserò fino all'inverosimile oppure continuerò a smagrirmi fino a pelle ed ossa, come un anziano signore cui abbiamo prestato assistenza proprio ieri.
Non mi è mai interessato molto del mio aspetto fisico, ho pensato solo a mantenermi in salute e a trarre divertimento con le brevi attività sportive che ho fatto. Ma se questo aspetto CONCORRERA' a precludermi una relazione ADULTA ... non avrò mai speranza?
Non è un caso che concluda così il mio intervento, perchè relazione adulta sarà il successivo argomento. Voglio, cioè, dare una mia definizione in base all'osservazione di questi ultimi anni.
lunedì 29 giugno 2009
Canzone
Stavo rincasando dal lavoro poco fa, sotto la pioggia, non avendo l'ombrello.
Lo stesso è accaduto venerdì.
Non mi spaventa affatto bagnarmi, nè temo i giudizi delle persone che mi vedono bagnarmi. Ci sono abituato fin dai tempi in cui, al liceo, ritornavo a casa con la vespa, inzuppandomi fino al midollo.
Uno, perchè è solo acqua; due, perchè tanto rientro a casa, quindi posso farmi una doccia e mettermi su qualcosa di asciutto. Il resto, non importa.
Poi, è molto piacevole.
E stasera, ritornando a casa appunto sotto la pioggia, mi è ritornata in mente una vecchia canzone di Niccolò Fabi, canzone che adoro. Ho ripensato a tutto il testo, ricantandolo e riflettendo sulle parole:
Non ho visto nessuno
andare incontro a un calcio in faccia
con la tua calma, indifferenza
sembra quasi che ti piaccia
camminare nella pioggia
ti fa sentire più importante
perché stare male è più nobile per te
ricordati che c'è
differenza tra l'amore e il pianto
fatti un regalo almeno ogni tanto e poi se puoi
fai finta che è normale
non riuscire a stare più con me
cerca un modo per difenderti
una ragione per pensare a te
la vita può cambiare in un momento
mi fa paura e anche se
il pavimento del paradiso sei per me…
fai finta che è normale
non riuscire a stare più con me
c'è soltanto un modo per riprendersi
lasciarsi un giorno e poi dimenticarsi…
e qual è il grado di dolore
che riesci a sopportare
prima di fermare l'esecuzione
e chiedere soccorso a me
che non ti do
un motivo ancora per restare
nella storia di una storia che non c'è.
fai finta che è normale
non riuscire a stare più con me
cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te
lasciarsi un giorno
lasciarsi un giorno a roma
un giorno lasciarsi
e poi dimenticarsi
lasciarsi un giorno
lasciarsi un giorno a roma
un giorno a roma
lasciarsi e poi dimenticarsi
Ho ritrovato tutto il mio attuale (nonchè pregresso) stato d'animo, descritto in maniera perfetta.
In più, qualcosa a cui non spero, o credo, più.
Lo stesso è accaduto venerdì.
Non mi spaventa affatto bagnarmi, nè temo i giudizi delle persone che mi vedono bagnarmi. Ci sono abituato fin dai tempi in cui, al liceo, ritornavo a casa con la vespa, inzuppandomi fino al midollo.
Uno, perchè è solo acqua; due, perchè tanto rientro a casa, quindi posso farmi una doccia e mettermi su qualcosa di asciutto. Il resto, non importa.
Poi, è molto piacevole.
E stasera, ritornando a casa appunto sotto la pioggia, mi è ritornata in mente una vecchia canzone di Niccolò Fabi, canzone che adoro. Ho ripensato a tutto il testo, ricantandolo e riflettendo sulle parole:
Non ho visto nessuno
andare incontro a un calcio in faccia
con la tua calma, indifferenza
sembra quasi che ti piaccia
camminare nella pioggia
ti fa sentire più importante
perché stare male è più nobile per te
ricordati che c'è
differenza tra l'amore e il pianto
fatti un regalo almeno ogni tanto e poi se puoi
fai finta che è normale
non riuscire a stare più con me
cerca un modo per difenderti
una ragione per pensare a te
la vita può cambiare in un momento
mi fa paura e anche se
il pavimento del paradiso sei per me…
fai finta che è normale
non riuscire a stare più con me
c'è soltanto un modo per riprendersi
lasciarsi un giorno e poi dimenticarsi…
e qual è il grado di dolore
che riesci a sopportare
prima di fermare l'esecuzione
e chiedere soccorso a me
che non ti do
un motivo ancora per restare
nella storia di una storia che non c'è.
fai finta che è normale
non riuscire a stare più con me
cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te
lasciarsi un giorno
lasciarsi un giorno a roma
un giorno lasciarsi
e poi dimenticarsi
lasciarsi un giorno
lasciarsi un giorno a roma
un giorno a roma
lasciarsi e poi dimenticarsi
Ho ritrovato tutto il mio attuale (nonchè pregresso) stato d'animo, descritto in maniera perfetta.
In più, qualcosa a cui non spero, o credo, più.
giovedì 18 giugno 2009
Tiro da 3
Facendo volontariato, avrei occasione di conoscere un mucchio di gente.
Il problema è che non ci riesco, mi sento bloccato e così impiego dieci volte di più a sciogliermi.
E' successo alla finale di pallacanestro tra Siena e Milano. Una "collega" delle mie stesse origini era sempre li a chiedermi come andava, a chiamarmi, perchè mi vedeva troppo serio. In effetti, lo ero. Estremamente taciturno. Come anche in sede, quando si è in attesa di intervenire.
Durante quella partita, un giocatore mensanino ha lanciato la palla a canestro dalla distanza, segnando tre punti. Come sempre, ogni qual volta un tiro così va a punti, il pubblico esplode. In effetti, è apprezzabilissimo. Non so perchè ma quel tiro mi ha spinto indietro di 15 anni, riportandomi al primo anno di liceo quando, volendo emulare uno dei miei fratelli maggiori con il passato da giocatore, mi iscrissi hai campionati studenteschi. Ero una schiappa, non ero atleticamente a mio agio, non sapevo coordinarmi con la palla, non avevo la forza fisica. Eppure, nonostante le delusioni, continuavo ad allenarmi con la squadra, pur con tutti i complessi di inferiorità. Siamo arrivati alla fase finale regionale e quel giorno, non so perchè, ero particolarmente "furia" ed in formissima. Ispirato, psicologicamente pronto a giocare. Stranissimo. Ed infatti, durante gli allenamenti, lancia la palla dalla linea dei tre punti ed andai a canestro. Io ero stupefatto, anche se mi sentivo veramente in formissima e pronto; ancora di più, i miei compagni e l'allenatore, che non mi avevano visto mai in quella condizione, e ricordo ancora bene gli applausi ed i complimenti. Fu il mio primo tiro da tre.
Quella partita, poi, non si giocò mai perchè essendo giunti sul campo di gara in ritardo, la squadra in casa optò per la vittoria a tavolino.
Un giorno che ero in forma e non ho neanche potuto godermelo!
Decisi in seguito che non era cosa per me lo sport, mi sentivo troppo inferiore.
Anni più tardi, dopo la laurea, tra la fine del 2003 e la prima metà del 2004, per uno strano coinvolgimento che non voglio descrivere, ritornai su quei campetti e ci stetti tutti i giorni per diversi mesi, fin quasi la mia partenza per la mia città d'adozione. Giocavo da solo all'inizio, poi conobbi un gruppetto di dodicenni con i quali trascorsi tantissimi pomeriggi assieme a giocare, a sfidarci, sempre nella condizione psicologica di inferiorità perchè loro erano bravi ed agili, sapevano portare e giocare con la palla mentre io no. Uno di quei ragazzi è nella foto in alto.
Capitò ancora una volta di fare un tiro da tre; capitò anche di mettere a canestro per dieci volte di fila la palla dalla lunetta, davvero incredibile. Anche quel giorno ero sbloccato con la mente.
Ecco come mi sento in questo momento. Sto aspettando il mio tiro da tre punti, che mi permetta di centrare un obiettivo importante per la mia vita personale (non lavorativa), che mi dia enorme soddisfazione e che mi rimetta il piacere di vivere, che oramai ho nuovamente perso. Quel tiro da tre che mi ridia felicità, non mi faccia sentire inferiore, che mi sblocchi ancora una volta.
Carico troppo di aspettative questo tiro?
Il problema è che non ci riesco, mi sento bloccato e così impiego dieci volte di più a sciogliermi.
E' successo alla finale di pallacanestro tra Siena e Milano. Una "collega" delle mie stesse origini era sempre li a chiedermi come andava, a chiamarmi, perchè mi vedeva troppo serio. In effetti, lo ero. Estremamente taciturno. Come anche in sede, quando si è in attesa di intervenire.
Durante quella partita, un giocatore mensanino ha lanciato la palla a canestro dalla distanza, segnando tre punti. Come sempre, ogni qual volta un tiro così va a punti, il pubblico esplode. In effetti, è apprezzabilissimo. Non so perchè ma quel tiro mi ha spinto indietro di 15 anni, riportandomi al primo anno di liceo quando, volendo emulare uno dei miei fratelli maggiori con il passato da giocatore, mi iscrissi hai campionati studenteschi. Ero una schiappa, non ero atleticamente a mio agio, non sapevo coordinarmi con la palla, non avevo la forza fisica. Eppure, nonostante le delusioni, continuavo ad allenarmi con la squadra, pur con tutti i complessi di inferiorità. Siamo arrivati alla fase finale regionale e quel giorno, non so perchè, ero particolarmente "furia" ed in formissima. Ispirato, psicologicamente pronto a giocare. Stranissimo. Ed infatti, durante gli allenamenti, lancia la palla dalla linea dei tre punti ed andai a canestro. Io ero stupefatto, anche se mi sentivo veramente in formissima e pronto; ancora di più, i miei compagni e l'allenatore, che non mi avevano visto mai in quella condizione, e ricordo ancora bene gli applausi ed i complimenti. Fu il mio primo tiro da tre.
Quella partita, poi, non si giocò mai perchè essendo giunti sul campo di gara in ritardo, la squadra in casa optò per la vittoria a tavolino.
Un giorno che ero in forma e non ho neanche potuto godermelo!
Decisi in seguito che non era cosa per me lo sport, mi sentivo troppo inferiore.
Anni più tardi, dopo la laurea, tra la fine del 2003 e la prima metà del 2004, per uno strano coinvolgimento che non voglio descrivere, ritornai su quei campetti e ci stetti tutti i giorni per diversi mesi, fin quasi la mia partenza per la mia città d'adozione. Giocavo da solo all'inizio, poi conobbi un gruppetto di dodicenni con i quali trascorsi tantissimi pomeriggi assieme a giocare, a sfidarci, sempre nella condizione psicologica di inferiorità perchè loro erano bravi ed agili, sapevano portare e giocare con la palla mentre io no. Uno di quei ragazzi è nella foto in alto.
Capitò ancora una volta di fare un tiro da tre; capitò anche di mettere a canestro per dieci volte di fila la palla dalla lunetta, davvero incredibile. Anche quel giorno ero sbloccato con la mente.
Ecco come mi sento in questo momento. Sto aspettando il mio tiro da tre punti, che mi permetta di centrare un obiettivo importante per la mia vita personale (non lavorativa), che mi dia enorme soddisfazione e che mi rimetta il piacere di vivere, che oramai ho nuovamente perso. Quel tiro da tre che mi ridia felicità, non mi faccia sentire inferiore, che mi sblocchi ancora una volta.
Carico troppo di aspettative questo tiro?
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